Le Creature del Verde- Parte 2

Per chi se la fosse persa ecco la parte 1 https://libriitaliani.wordpress.com/2022/06/14/le-creature-del-verde-parte-1/

Anche io sono nata da una foglia, cresciuta da una Molta Madre. Sono nata con la pelle verde, le antenne, le ali, come tutte le altre Fate del Verde. Ma alla mia nascita la mia Molta Madre gridò, così come gridarono le altre Molte Madri accorse a vedermi, per cercare di capire quel grido. Talvolta qualche fata non riesce a svegliarsi al primo giorno di primavera, il giorno della nascita. Ma questo è motivo di dolore, non di terrore, di solito vengono seppellite in terra, a occhi chiusi.
Le Molte Madri non seppero spiegarsi quel terrore. Finchè non mi videro me. Videro le ali che erano sane, e le antenne che erano sane, la pelle verde certo. Ma videro anche il mio occhio in più, in fronte. Chiuso, appena visibile, ma era decisamente un occhio in più. Evocarono gli Spiriti delle Anziane dall’altro mondo, per sapere se ricordavano qualcosa in qualche generazione passata, se mai fosse esistita una come me.

«Non disperare Magnolia» disse una di loro «potrebbe trattarsi di una foglia di Fata d’Autunno che si è posato sul tuo ramo.»
«Le Fate di Autunno non hanno tre occhi» aveva risposto l’Unica

«Cinque» rispose un’altra anziana che si posò per esaminarmi «ne ha altri due, sulle mani, guardate» disse aprendomi i pugni chiusi.
«Povera creatura» mormorò un’altra anziana «credo sia una di noi, ma deforme»
«Dovremmo abbandonarla nel fiume» suggerirono le Molte Madri
«No» si impose Magnolia «fa parte del mio giardino, ed è mia, farà parte di noi, come tutte le altre Fate nate oggi».

Questa storia me la sono fatta raccontare decine di volte. Perchè quel giorno lei mi protesse. E si espose per poterlo fare.

Ho passato gran parte della mia infanzia in quel giardino.
«Non volerà» dicevano le mie sorelle «non volerà mai, e andrà a sbattere se ci riesce con quegli occhiacci»

avevano ricucito gli occhi che avevo sulle mani poco dopo la mia nascita. Mi dissero che strillai, ma io non ne ho nemmeno memoria. Però era stato impossibile cucire quello che avevo in fronte. Così mi raccontarono.
Ero convinta il giorno del mio primo volo che non ce l’avrei fatta e che sarei caduta. Non ebbi il coraggio di sbattere le ali e provare a volare.
Così Magnolia mi afferrò e mi portò in volo su un alto ramo e mi gettò di sotto.

Il terrore fu tale che mi spinse a fermarmi prima di sfracellarmi al suolo. Ero furiosa con lei, ma lei non vide il problema «Ero sicura ce l’avresti fatta» non la perdonai mai per averlo fatto.

Tuttavia aveva ragione, riuscii a volare. Le mie sorelle di giardino si tenevano distanti da me quando andavamo a cercare cibo al Prato, quando andavano a raccogliere le foglie che le adulte avevano fatto crescere.

Eravamo ancora troppo acerbe per i poteri. Ho passato molti giorni lì a mangiare da sola, a ritagliarmi dei posti dove loro non potessero darmi fastidio. Si divertivano a tormentarmi, ne sono sicura. Erano così unite tra di loro, sempre a chiacchierare in un cerchio che si chiudeva quando arrivavo io.
Non c’era spazio per me.
Tra le mie sorelle di Giardino diventò quasi una moda prendermi in giro. Spintonarmi, farmi cadere, tirarmi scherzi quando ero in volo. Erano abituate a chiamarmi mostro, ed ad andarsene quando arrivavo io.
Ne soffrivo molto. Spesso piangevo. La nostra Molta Madre cercava di supportarmi come poteva, ma non poteva costringerle ad accettare quel mio occhio in più, nemmeno a forza.
A volte le rimproverava, le prendeva in disparte e diceva loro di non deridermi per il mio terzo occhio. Mi sembrava però sempre che non facesse abbastanza e ce l’avevo con lei.
Le cuciture dei miei due occhi sulle mani mi facevano sempre più male ogni giono che passava. Non era servito a niente cucirli, quando il mio terzo occhio era visibile a tutte e faceva sapere a tutte che razza di mostro fossi.
Aster apparteneva al mio stesso Giardino, era mia sorella di Giardino. Lei non era la peggiore. Cercava di essere come le altre, di non essere tagliata fuori da quel cerchio di discorsi, lo capisco. Se mi attaccava lo faceva in maniera diversa dalle altre, i suoi erano quasi sempre scherni mascherati da scherzi.  «Nessuno ti amerà mai Gin» e poi rideva «non somigli a nessuno Gin» e rideva ancora nonostante il gelo che si creava attorno. A volte mi chiedevo perchè si accanisse tanto su di me. Ma era sciocco farsi una domanda simile. Eravamo troppo diverse.

Non nego di averla anche io ferita, più di quanto immagini a volte. Non la stimavo, non la ritenevo all’altezza di quello che faceva, e col tempo mi resi conto di disprezzarla.
Nella mia situazione l’odio è stata quasi una consolazione, un appiglio. Voglio che sia chiaro a tutti che non sono una vittima.
Non voglio vendermi da tale, perchè non lo sono. Anche io ho commesso molte cattiverie, spesso gratuite, evitabili. E vorrei non averlo fatto, ma lo dico per rendere chiara questa cosa. Non è vero che le altre fate se ne stavano lì a prendermi in giro per il mio occhio in fronte, mentre io me ne restavo immobile a piangere e a cercare un luogo dove leccarmi le ferite dopo. Non è andata così.

I ghiri li ho conosciuti perchè gli tiravo le pietre addosso.
Li odiavo.
Mi sembravano dei topi.
Loro sono quasi ciechi.

Le Fate del Verde fanno crescere le piante. Sono nate per questo. Quando maturarono i nostri poteri, io dovetti andarmene. Perchè era vero che volavo come loro. Ma le foglie non crescevano al tocco della mia mano. Fu terribile avere quella conferma, perchè una parte di me lo sapeva già. Quando arrivò il fatidico giorno in cui ci venne dato a me e alle mie sorelle un germoglio, in modo che potesse diventare una pianta rigogliosa, nulla crebbe tra le mie mani, anzi, appassì. A pensarci bene non si trattava del semplice appassire verso il quale un fiore va incontro con il progredire delle stagioni. Sembrava piuttosto un germoglio morto repentinamente perchè reciso, anzi, sembrava un fiore privato a lungo della luce del sole.

Le altre fate mi guardarono senza saper dire una sola parola. Noi non togliamo la vita, noi siamo vita. Questo lo sapevano e lo sapevo anche io. Guardai con disperazione quel germoglio, e guardai anche Magnolia, in cerca di un consiglio, di un supporto.
«Sarebbe meglio se tu te ne andassi» mi disse.
E lo pensai anche io, così volai via, lontana dal Prato.

Per molto tempo non negherò che sono stata arrabbiata con tutte loro e con Aster. E lo sono tutt’ora. Nonostante ci abbia messo in parte una pietra sopra, certe cose sono difficili da mandare giù, da dimenticare. Però diciamo che sono diventata capace di lasciarmi in parte tutto il passato alle spalle. Perchè mi faceva male, molto più di quanto non ne facesse a tutte loro. 

Vagai a lungo durante il primo anno del mio esilio. Vagai per la foresta, a nutrirmi di bacche a tiranneggiare animali. Non riuscivo a restare nello stesso posto a lungo, arrivava sempre qualche creatura più grande a cacciarmi. Ognuno aveva la sua tana tranne me. Osservai gli animali che cacciavano, che si mangiavano l’un l’altro. Accarezzai un coniglio e fui tentata di usare il mio potere su di lui. Fu appena un pensiero fugace, ma abbastanza per poterlo vedere accasciarsi, e rinsecchirsi come un fiore privato della luce. Mi fissai le mani con orrore.
Era davvero un potere terribile.
Mi promisi che non l’avrei mai e poi mai usato.
E non volli costruirmi una tana per l’inverno. Speravo forse che l’inverno mi portasse via. Mi sentivo troppo in colpa per per tutto ciò che io ero.

Le Fate dell’Inverno sono particolarmente cattive. E’ nella loro natura, ferire, tagliare, e fare del male. E’ il loro scopo. Quando sono arrivate per la prima volta nel tempo del mio esilio, non hanno avuto alcuna pietà di me. Non la hanno per nessuno. Non prendono le parti di nessuno. Almeno in questo le rispetto. Si accaniscono su tutti allo stesso modo, perchè devono portare il freddo e il gelo. Hanno tanta morte dentro. Come me. Per loro è naturale farlo, e quindi nessuno si sente in dovere di farglielo pesare.
Ma la morte che hanno dentro fa parte della vita. Si ritirano a fine inverno e lasciano che noi prediamo il loro posto. Uccidono perchè il mondo possa rinascere. In questo senso io sono contro natura. Sono più simile ai Giganti. I Giganti uccidono per sempre, niente dopo il loro passaggio può rimanere vivo.

Quando tornò la primavera provai il forte desiderio di tornare al Prato. Avevo avuto solo ricordi spiacevoli lì, ma quell’anno aveva mitigato quei ricordi con la nostalgia. A breve sarebbero nate le nuove fate, mi sarebbe piaciuto assistere a quel momento. Fu stupido lo so.
Quando tornai Magnolia era diventata uno Spirito delle anziane, e al suo posto come Unica era stata scelta Aster.  L’Unica è colei a cui ci si rivolge nelle situazioni di emergenza. La nostra Molta Madre governava sul Prato, ed era stata una brava Unica. Aveva una qualità che le ho sempre invidiato. Si attivava nelle situazioni di emergenza e sapeva agire con grande efficienza. Aster le era succeduta, senza mai aver avuto questo dono.
Scappai via prima di poter assistere alla nascita. Del resto sapevo che non ero la benvenuta in ogni caso, e lo trovavo anche giusto.

Tornai solo per comunicare ad Aster che i Giganti stavano nidificando a ridosso del Prato e distruggendo la Foresta. Ma lei non mi ascoltò.

Ogni volta che sono tornata da Aster, ho provato poi il desiderio di nascondermi da qualche parte.

Così quando mi accolsero i ghiri appena usciti dal letargo, non mi sembrò verò che qualcuno potesse accogliermi.

Vennero da me, mentre me ne stavo disesa a terra, a rimuginare sul passato, e sul presente. Vennero da me nonstante quello che gli avevo fatto, e mi offrono una tana.

Mi sembrò bellissimo avere per la prima volta qualcuno disposto ad accettarmi. Che potesse essermi amico. Avevano i loro cuccioli, e i loro cunicoli. Mi diedero uno spazio. E mi diedero anche calore in inverno, quando andarono nel loro lungo letargo. Era ancora molto lungo l’inverno, quando andavano tutti in letargo. Lì la solitudine si faceva sentire in tutta la sua prepotenza. Però era comunque più compagnia di quanta ne avessi mai avuta.
Non seppi mai perchè mi presero con se, in quella tana comoda, ma mi sentii così felice che sarei potuta morire beatamente.

Dimenticando ciò che avevo visto. Dimenticando ciò che stava arrivando per spazzare via tutto.
Molto tempo ho passato nelle tane dei ghiri.

Mi vennero a chiamare loro. Non appartenevano al mio Giardino, erano figlie di un’altra Molta Madre. Nè avevano cinque occhi, o il mio potere mortifero. Però erano forse le Fate Verdi più simili a me che potessi trovare.

Vennero a cercarmi nelle tane dei ghiri. Perchè volevano sapere.

Tre fate su decine, tre sole che avevano visto qualcosa.

«Tu sai qualcosa» mi disse Glicine, era la più grossa si capiva che era il capo «tu hai visto qualcosa Gin»

«Perchè me lo chiedi? » domandai
«Perchè ti ho sentita supplicare Aster, e perché anche noi abbiamo visto qualcosa»
«Che cosa?»
Glicine strattonò Mughetta, che era invece quella più minuta e remissiva, mi guardava con una sorta di repulsione lo vedevo, ma ormai ne avevo ricevuti talmente tanti di quegli sguardi, che non davo loro peso

«La terra è cattiva» mormorò «nulla cresce più come dovrebbe»

«Sono arrivati anche alla terra quindi» dissi quasi con una sorta di trionfo nella voce
«Perché, fin dove si erano spinti prima?» mi domandò Mughetta

«Non mi piace ricordarlo» dissi io «sono volata fino allo stagno, durante il primo anno del mio esilio, e sulla superficie dell’acqua c’erano centinaia di fate morte, morte e sbranate, hanno preso tutte le Fate dell’Acqua che hanno trovato»

«Sono delle bestie» disse l’ultima, Iris, che fino ad allora non avevo mai sentito parlare «arriveranno anche a noi»

«E’ quello che ho detto ad Aster» risposi cupa «ma non mi ha dato ascolto»

«Ma se non li fermiamo, distruggeranno tutto, ci uccideranno tutte»
«Una soluzione io glie l’ho data»  replicai a Glicine risentita «ma nessuna di voi mia ascolta mai, mi avete cacciata, ricordate?»
«Sei tu che te ne sei andata» rispose Mughetta pacatamente «ma ora devi aiutarci, la terra è cattiva, presto avremo fame, e inzieranno a morire molte di noi»

«Non sono forse uno scherzo della natura che non dovrebbe esistere?»
Non ebbero il coraggio di rispondermi. Nè di guardarmi negli occhi. Era una frase che spesso si ripeteva quando ero ancora al Prato. E che sicuramente anche loro avevano detto o pensato. Pensavano davvero che io ero uno scherzo della natura.

«Buona morte allora, a me non interessa»

Ma non erano scese sottoterra per tornarsene a mani vuote.

«Puoi almeno dirci quale sarebbe la tua soluzione al problema dei Giganti?» mi chiese Iris.

«Uccideteli tutti» risposi io «quando non ce ne sarà rimasto più nessuno, allora sarete in salvo, ma voi non uccidete, giusto?»

«Non come te, ma sappiamo farlo» rispose Glicine «vogliamo allearci con te Ginestra, seguici almeno»

Se muoiono le Fate dell’Acqua, è tutto perduto. La terra diventa cattiva. Glicine aveva fatto crescere decine di fiori velenosi negli ultmi anni. Poi era stata la volta di Mughetta e per ultima Iris.
Iris era la più taciturna di loro, ma si capiva che era anche quella più arrabbiata. Perché sosteneva che avevamo bisogno di tempo che non avevamo.

Ci sarebbe voluto molto veleno per ogni Gigante, ma se loro avessero invaso di fiori velenosi tutti i loro nidi, forse c’èra una speranza. Le raggiunsi al loro Giardino senza essere vista. Nemmeno loro pensavano sarei stata la bentornata. Non ancora. Avevano scavato nella roccia un luogo dove conservavano le fiale di veleno, mentre coltivavano i fiori di nascosto nel Prato.

«Il Prato non può resistere se si avvicinano ancora» mi dissero  «dovremmo andarcene per non morire» mi spiegò Iris

«Perchè allora non lo fate?»

«Aster non sente ragioni, e nemmeno il Consiglio delle Anziane, le Molte Madri, l’Unica dovrebbe prendere una decisione drastica, ma quando le abbiamo parlato, lei non ci ha ascoltate»

«Perché si ostina a fare questo?»
«Non vuole affrontare la realtà, nessuna di noi vuole farlo, anche per noi tre è stato difficile»

«Però vi siete organizzate» constatai

«Pensi che questi possano risolvere il problema? Tutto il veleno che abbiamo può stendere sì e no due o tre Giganti, tutte le altre dovrebbero mettersi a produrlo, e comunque non basterebbe»
«A questo vi servo io»
«La natura ti ha dato il tuo potere per una ragione, forse ne nasceranno altre come te, e allora il tuo potere potrebbe eliminarli tutti»
«La natura non difende nessuno, io sono uno scherzo della natura»
«Può darsi» intervenne Glicine «ma con uno scopo»
«Tu non hai visto cosa fa alle creature viventi quello che ho io» risposi io «non avrei problemi a farlo su un Gigante, ma non trasformarlo in una cosa positiva, perchè non lo è,  è male»

«Ti fa onore Gin» mi disse Mughetta « ci dispiace dovertelo chiedere, ma noi cerchiamo solo di sopravvivere»
«Forse non lo meritate»

Perchè avrei dovuto farlo? Perchè mai dovrei?
«voi non avevate fatto altro che cacciarmi via.» dissi gelida. E lo pensavo. Che mi importava? Morte a tutti.
Quando tornai alla tana, scoprii che erano nati i cuccioli. Erano piccoli e ciechi, così fragili, minuscoli rispetto alla loro mamma che li riscaldava. Che mi importava in fondo della fine del Prato? Le Fate Verdi si erano rovinate da sole, cercando di non vedere, nascondendosi, Uniche, anziane, tutte quante. Sarebbero morte, pur di non andarsene dal Prato o cambiare le loro abitudini, e non avrebbero combattuto per proteggere quel territorio che stava morendo.  Meritavano molto di più la vita le creature della Foresta, quelle che mi avevano accolto, quei teneri ghiri, quelle che avevo tiranneggiato, E loro non erano in pericolo.
Le ferite sulle mie mani presero a bruciare. Chissà cosa avrei potuto vedere con quegli occhi che mi erano stati chiusi. Chissà. Per la prima volta nella mia vita non riuscii a non pensarci. Quel fili sottopelle che mi erano stati imposti da neonata, per nascondere la mia mostruosità. A cosa servivano dopotutto?

La mia mostruosità era manifesta a tutti comunque. Cominciai a tirare il  filo. Faceva male, malissimo, tirai e tirai ancora. Con uno strattone riuscii  a tirarlo fuori, intriso di sangue. Era tutto intriso di sangue. Non avevo mai visto quell’occhio. Era bianco, come quello in fronte. E ora l’altra mano. Di nuovo, dolore e sangue, ma il filo cedette. Non era stata dopotutto una soluzione così efficace, quella di cucirmi quegli occhi. Non cambiava niente nella mia vista. Non vedevo niente di diverso, dalle mani.
Forse era colpa degli altri occhi che interferivano. Chiusi gli altri tre.
E allora vidi davvero.

La Foresta in fiamme. E tutti che morivano, miseramente e dolorosamente.
Chiusi quegli occhi alla svelta a rimasi nel buio. E piansi, piansi finchè le lacrime non si esaurirono. Prosciugano tutto, cibo, foglie, animali, tutto quello che trovano lo uccidono. So che gli animali si uccidono a vicenda, so che c’è una parte di crudeltà in tutti noi, ma la loro è sempre così gratuita e scontata. Tagliano il becco alle anatre solo per dire «quanto sono buffe senza becco»  e nascondono alle madri i loro cuccioli, solo per ridere, mentre si disperano nel cercarli.

Costruiscono i loro nidi dove non potrebbero, buttano giù alberi, rivoltano le colline, un solo loro passo distrugge la terra. Poi quando la terra diventa amara e cattiva si spostano, e niente cresce più dove sono stati.

Quando tornai al Prato, ne avevo già uccisi molti. Nei loro nidi. Nel sonno.
Lo so che non è da coscienza di Fata.

Ma io non sono mai stata come loro.

Dove cresceranno i ghiri?

Dove crescerebbero?

Ho guardato le nuove nate sorridere al sole, appena scostata la foglia che le ha custodite per il lungo inverno.
Dove cresceranno?

Ci sarà tempo per loro per crescere?

Ci sarà spazio?

O non avranno alcuna possibilità di volare un giorno senza crollare, avvelenate dal fumo dei Giganti? Avvelenate mortalmente.
Vorrei tanto avere risposte. Per sapere se ha senso ancora lottare o se è meglio soccombere una volta per tutte farla finita. Ho tanta paura. 
Vorrei che la rabbia e il rancore svanissero, davvero.

La nuova piantagione, che era stata così rigogliosa. Erano carine le fatine piccole.

«Dove crescerebbero?» pensai «dove cresceranno?» il tempo mi sembrò così poco anche solo per mettersi a fare un progetto.
No, non era il momento di lasciarsi internerire. Se mi guardavo dentro una soluzione c’era.

«Aster!» gridai «vieni fuori Aster!» le Fate uscirono dalle campanule e dai funghi. Presto mi sentì tutto il Prato
«Ginestra, che cosa vuoi?»
«Uscite tutte, chiamate le Anziane»
«Sei impazzita Ginestra»

«No, la pazza qui sei tu» risposi ad Aster « tu non sei all’altezza, tu non sei un’Unica, sei un ridicolo fantoccio»
«Sta zitta Gin»
«Glie lo hai detto a tutte loro, dei Giganti? Morirete se restate qui, morirete se non farai qualcosa, non puoi più essere l’Unica»
«Sparisci Gin»
«No, sei tu che devi sparire, e lasciare fare me, perchè ci porti alla morte se continui così, e nessuno deve morire per colpa tua, se non un Gigante»

«Vattene Gin»

Ma non potei andarmene.
Perchè il Prato crollo, spaccandosi in una voragine, senza che nessuno avesse il tempo di reagire. Poi ci fu solo polvere, panico e urla.

Nemmeno io lo avevo previsto. Ero arrivata per farmi cacciare,  per farmi deridere. Non certo per mettermi a trasportare germogli di Fate verso la foresta , nel tentativo di salvarle.
Non era quello che volevo.
Erano le ritorsioni dei Giganti, erano loro, che erano arrivati prima per prendersi il Prato. Non so dire se a causa mia.
Mordono anche da morti.
Li avevo forse sottovalutati.
Restammo alcuni giorni nella foresta sfollate, con le Molte Madri disperate.
Ma nessuno mi cacciò via. Nessuno sembrò avere la reale intenzione di cacciarmi. Per la prima volta mi guardarono con una specie di speranza. Di ammirazione.
Glicine fu tra le vittime, schiacciata sotto quella voragine. Me lo disse Mughetta piangendo. Aveva cercato di prestare soccorso alle altre ed era rimasta fregata.
Quando scese la sera dopo tre giorni di macerie e distruzioni, Aster si decise a convocare le Anziane, e quello che accadde dopo, non le piacque per niente.

*

«Non sei stata una buona Unica Aster» le dissero le Anziane « il tuo dominio finisce qui, sarà Ginestra a prendere il tuo posto»

Lo scompiglio e le polemiche si diffusero tra le fate. Non mi volevano. E io non volevo loro.
«Perché Ginestra?»
«Ginestra ha capito cosa fare, tu no, sarà lei l’Unica, avrebbe dovuto essere lei fin dall’inizio, perdonaci se non lo abbiamo capito»

Fissai il Consiglio delle Anziane.
«E chi vi dice che io voglia salvarvi?» domandai
«Non vuoi?» mi domandarono stupite
Mi voltai verso le Fate vive che guardavano ai miei occhi col disprezzo e col disgusto «no, non me ne frega nulla di voi»
«Allora vattene» mi rispose una di loro.

«Non me ne frega nulla, ma il nostro obiettivo coincide. Eliminare tutti i Giganti, così voi riavrete il Prato e io avrò salva la Foresta. Una volta finito tutto, io me ne andrò, perchè voi non mi volete e io non vi voglio»
« Tu sei l’Unica ora Gin» mi dissero le Anziane « dovranno obbedirti, fanne buon uso di questo potere»

40 risposte a “Le Creature del Verde- Parte 2”

  1. Un’incredibile voglia di accettazione, Gin è un simbolo. Che sia una fata o una persona, non siamo isole e, se non avesse avuto voglia di salvare, nonostante l’esilio e la mancata lacerante non accettazione, Ginestra non sarebbe rimasta.
    Complimenti e buonanotte
    Un caro saluto 👋
    Valeria

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  2. attenta alla punteggiatura, dimentichi spesso i punti di fine periodo
    a me più che un messaggio ecologista sembra di notare un testo di rivalsa verso una emerginazione di qualche tipo, per una tua caratteristica dell’adolescenza

    e alla fine credo volessi scrivere Stupite e non Stupide

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      • Aggiungo anche che la parte sull ‘emarginazione è ispirata a me ma anche a persone che conosco, ed è stato difficile da scrivere. L ‘associazione tra le due cose è arrivata perché spesso ho notato che le persone che hanno subito questo tipo di trattamento, tendabo poi ad avere molta coscienza sociale ed empatia verso queste grandi tematiche

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  3. Tralasciando qualche piccolo errore di battitura, questa storia mi sta piacendo sempre di più, anche la peculiarità della protagonista. Mi piace la sua caratterizzazione e mi piace come è trattata la tematica della diversità. Ottimo lavoro!

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      • Mi stavo informando nel periodo in cui l’ho scritta sulla transessualità, in particolare su tutto il lavoro metaforico fatto in Matrix, film scritto da due donne trans. Ho cercato di metterci tutta la sensibilità possibile, anche perché era il periodo in cui c’era tutto quel discorso delle TERF, e del considerare le donne trans come non donne. La mia paura era di non averci messo la giusta sensibilità, perciò avevo timore a rivelare, ma ciò che pensavo quando scrivevo di Gin era a una donna trans che viene rigettata da una comunità femminile.

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      • Oh! Un concetto davvero molto interessante e sensibile. Ricordo benissimo la questione e mi dispiace tanto che i trans vengano ancora discriminati con così tanto odio. Mi dispiace molto non aver notato questa cosa, io l’avevo intesa proprio come discriminazione nei confronti di qualcuno di diverso che le Fate non tentano neanche di comprendere.

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      • Il mio tentativo è stato questo, spero di non aver offeso nessuno. È stato un tentativo genuino e spontaneo, anche alla luce del fatto di cronaca terrificante sulla professoressa Cloe Bianco di qualche giorno fa.

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      • Non credo proprio che tu abbia offeso qualcuno, anzi il tuo gesto è stato meritevole di attenzione visto che volevi parlare di un argomento importante e delicato. Inoltre mi dispiace veramente tanti per quell’insegnante. Dobbiamo migliorare questa situazione nel nostro Paese, non possiamo permettere simili tragedie e simili discriminazioni.

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      • Io personalmente avevo paura di non conoscere abbastanza a fondo il tema, perciò ho preferito una metafora fantasy, mi ha dato più libertà di espressione e più accesso all’empatia

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  4. Ti dico: la prima parte di questo brano ha un po’ perso il ritmo dell’altra, ma poi lo ritrova. Ci sta, ci mancherebbe. Era solo una mia sensazione, magari pure amplificata dalle aspettative.

    Ora ti segnalo qualche cosuccia:

    “Per molto tempo non negherò che sono stata arrabbiata con tutte loro e con Aster. E lo sono tutt’ora. Nonostante ci abbia messo in parte una pietra sopra, certe cose sono difficili da mandare giù, da dimenticare. Però diciamo che sono diventata capace di lasciarmi in parte tutto il passato alle spalle. Perchè mi faceva male, molto più di quanto non ne facesse a tutte loro.”

    La frase è un po’ contorta: la doppia negazione all’inizio; “in parte” una pietra sopra toglie significato alla metafora; “in parte” tutto il passato, anche qui un cambio di direzione nel significato che spiazza e spezza il significato.

    “Così quando mi accolsero i ghiri appena usciti dal letargo, non mi sembrò verò che qualcuno potesse accogliermi.”
    * verò

    “«Glie lo hai detto a tutte loro, dei Giganti? Morirete se restate qui, morirete se non farai qualcosa, non puoi più essere l’Unica»”
    Glie-lo tutto attaccato.

    Forse c’è altro, ma non l’ho notato.

    Comunque la storia è piacevole alla lettura e interessante all’interpretazione.

    Ora leggo l’ultima parte.

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