Il mio problema con l’inclusività

Mi accingo a disinnescare una bomba. O a innescarla, prendetela come viene.
Non prendetela troppo seriamente, alla fine è solo l’opinione non richiesta di una che scrive un blog per noia. Nulla più.

Negli ultimi tempi si parla molto di inclusività nelle opere visive e letterarie. In questo senso Netflix fa quasi sempre da pioniera, andando a inserire nelle serie tv storie non convenzionali con persone non convenzionali.
C’è stato un tempo infatti i cosiddetti diversi, che si trattasse di membri della comunità LGBT, portatori di handicap, persone appartenenti a minoranze etniche, questi erano esclusi da ogni rappresentazione. E se inseriti, erano inseriti in maniera discriminatoria e offensiva, si pensi a “Via col Vento”, dove gli afroamericani sono allegri schiavi al servizio di misericordiosi padroni.

Ora invece si parla di dittatura del “politicamente corretto”, ogni qual volta si inserisce un personaggio a forza, che rappresenti una minoranza di qualsiasi tipo. Mi viene in mente Doctor Who che è sempre stato interpretato da maschi bianchi, e che recentemente è stato interpretato da una donna e in futuro verrà interpretato da un attore di colore. Suscitando polemiche varie su tutti i fronti. Da una parte quelli che dicono che ci stia il concetto di aggiornare un personaggio datato, dall’altra quelli che pensano che sia solo una scelta ruffiana al servizio di questo “politicamente corretto” di cui tutti parlano.

Poi ci sono quelli che vogliono fare i furbi, tipo J.K Rowling, che ha iniziato a modificare ciò che aveva già scritto pur di apparire più inclusiva. Facendo solo danni. Nel fantasy la diversità è sbarcata molto più che negli altri generi di recente. Forse perché letta da un pubblico giovane, vuoi anche perché il fantasy è il genere dell’altro.
E se qualcuno nelle sue opere per giovani e fantasy non inserisce l’altro, allora sono dolori.
L’ho notato tanto in due autrici che seguo molto, ossia Leigh Bardugo e Sarah J. Maas. L’una l’opposto dell’altra e di certo diversamente abili.

Leigh Bardugo negli ultimi libri ha inserito una quantità secondo me esagerata di personaggi appartenenti a minoranze. Perché dico esagerata? Perché secondo me è palese che voglia inserire un po’ tutte le minoranze possibili, e si vede che le tira dentro con un calcio a volte. Per fare un esempio, in “Sei di Corvi” su sei personaggi due sono bisessuali, uno omosessuale, due portatori di handicap, due di minoranza etnica. Dico che sono tirati dentro perché la sua prima trilogia, quella del Grishaverse, non era così. Si vede che sono adattamenti fatti per includere di più. Come se la cosa aggiungesse qualcosa alla sua opera. Che rimane valida per carità, ma indistintamente dall’inclusività.

A Sarah J. Maas, che è molto meno abile di Leigh Bardugo, hanno fatto molte critiche sulla sua poca inclusività, che per come la vedo io è l’ultimo dei suoi problemi come scrittrice. Nei suoi libri infatti sono tutti belli, perfetti, etero e senza alcun difetto. Errore tipico degli scrittori non maturi che idealizzano la realtà, più che delle persone poco inclusive. In ogni caso anche lei sta mettendo pezze più o meno coerenti nei romanzi che sta scrivendo. Ma in lei gli innesti sono palesi.

Mi viene da chiedere, l’inclusività, aggiunge qualcosa all’opera? La rende ancora più valida?

Non lo so dire, le mie sono domande senza risposta.
Però ho notato ecco la tendenza in questi autori per giovani a voler inserire a forza queste tematiche, così come ci si aspetta che adesso ogni opera sia femminista.
Non c’è niente di male a scrivere un’opera femminista. Però le forzature si sentono e sinceramente se un’opera è femminista o meno, perché questo deve essere visto come un merito in più?
Semplicemente un’opera può toccare certe tematiche e un’altra no, e possono essere valide entrambe.
Certo poi è giusto condannare anche capolavori come “Via col Vento” se inseriscono cose totalmente scorrette come il razzismo grezzo. E’ giusto condannare opere come “Cinquanta sfumature di Grigio” che romanticizzano rapporti abusivi. Però questo volere che le opere inclusive siano più valide, non so se è corretto. La critica che è in me non lo sa.

Allora mi viene da chiedere, è giusto?
Aspettarci che gli scrittori, inseriscano minoranze solo perché è più inclusivo?
Io ad esempio trovo giusto che uno scrittore sia realista, nel senso che non debba evitare di inserire personaggi omosessuali come si faceva nella vecchia Hollywood, perché altrimenti si incappava nella censura. Tennessee Williams era omosessuale e spesso doveva camuffare i suoi alter-ego attraverso metafore. Penso che chiunque al giorno d’oggi direbbe che il trattamento riservato a Tennessee Williams sia stato orribile. E trovo giusto che la realtà venga rappresentata. Il giusto mezzo lo applica George R.R. Martin, che inserisce ogni tipo di minoranza senza sembrare mai forzato, ma solo realista. Però Martin è un maestro di realismo. Ma quindi dobbiamo aspettarci che uno scrittore sia per forza inclusivo, non è forse sbagliato?
E se uno scrittore valido, non è inclusivo?
Magari perché cresciuto in una determinata realtà. Perché dovrebbe scrivere ciò che non conosce?
Per fare contento qualcuno?
Non è ugualmente discriminatorio tirare in gioco persone distanti dalla sua realtà, solo per farle sentire parte di un romanzo che magari parla d’altro?

Mi viene l’esempio di Sex Education, sempre di Netflix. Lì ogni singolo personaggio è fatto apposta per essere rappresentante di una minoranza. Si vede, si percepisce. Ed è forzatissimo. E la cosa è molto fastidiosa. Netflix di forzature ne fa parecchie devo dire nelle sue serie tv. Non a caso è diventato un meme l’adattamento Netflix con la persona di colore gettata lì a caso anche se la serie è ambientata magari nell’Inghilterra vittoriana o nell’antica Cina.

Netflix in questo sta diventando un po’ una barzelletta, perché prospera su questo tema facendo cose che sono solo paraculate. E il pubblico lo capisce, non è scemo. Non del tutto per lo meno.

Peggio mi sento quando parliamo di Marvel, che inserisce sempre a forza la scena girl power retorica. Senza comprendere che mettere da parte le donne, è comunque anche quella una discriminazione.

Il risultato è una forzatura che non finisce più, inserita a caso in un film in cui le donne stavano combattendo accanto agli uomini, in perfetta parità. Non necessaria quindi, che va a rovinare un discorso che fino a quel momento funzionava.

La meravigliosa attrice Ariana DeBose ha vinto l’Oscar quest’anno, per West Side Story

Tutti, invece di parlare della sua performance, non hanno fatto che parlare del suo essere di minoranza etnica, e appartenente alla comunità LGBTQ. Come se questo aggiungesse qualcosa alla performance stessa, come se questo fosse un merito. Quando sarebbe stato molto più corretto secondo sottolineare il fatto che abbia conquistato col merito la statuetta. E non perché di minoranza. Invece i giornali hanno subito sbattuto in faccia questa cosa, aprendo subito la finestra per la solita fila di commenti “ormai l’Oscar te lo danno solo se sei nero o gay” e via dicendo.

Mi ricorda il discorso che fa Turk in ” Scrubs”, quando dice che lo strumentalizzano in quanto nero, mettendolo sulle prime pagine e vantandosi di lui in Ospedale, per dimostrare quanto sia inclusivo l’ospedale.

E di come sia una discriminazione anche quella, separarlo dal mucchio e strumentalizzarlo. Come hanno fatto con Ariana DeBose.

Mi ricorda il bellissimo discorso nella serie tv “Fleabag”, fatto dall’attrice Kristin Scott Thomas. Che interpreta un personaggio alla quale viene assegnato il premio “Best Woman in Business”. E giustamente lei dice che è un premio solo di facciata, che non fa altro che dare un contentino, che ghettizzare ancora di più chi è già ghettizzato.


Tutto questo per dire che il mio problema con l’inclusività non è nell’inclusività come concetto, ma nella sua pretesa.
Perché se magari tu scrittrice bianca ed etero, non inserisci una minoranza, allora è come se abusassi della tua condizione di “privilegiata”. Quando la realtà è ben più complessa.

J.K Rowling ad esempio si è rivelata come una persona per niente inclusiva. E non credo che il suo voler inserire che Silente era omosessuale, abbia salvato molto la faccenda, anzi, ha creato più danni che altro. Però le sue opere rimangono valide, inclusive o meno. Al contrario, se uno scrittore si forza a inserire qualcosa che non sente, viene fuori l’Hermione Granger di colore in retcon. Viene fuori la serie Netflix adattamento live action di Death Note con Elle di colore (fateci caso quello di colore è sempre un personaggio secondario).
E il pubblico si sente giustamente preso in giro. Percependo la forzatura e iniziando a parlare, come già fa, di dittatura del politicamente corretto.
Allora il problema sta a monte. Nella scrittura, dove magari alle minoranze è precluso il percorso di pubblicazione. Dove magari c’è penuria di sceneggiatori appartenenti a minoranze perché il loro percorso lavorativo viene ostacolato. Persone che avrebbero molto più diritto di narrare la loro condizione da protagonisti, e non rappresentati come mera facciata, tirati dentro da quelli di sempre.

Perché alla fine queste opere sono solo rappresentazioni. E’ bello sentirsi rappresentati, per carità, ma ricordiamo che come per il linguaggio inclusivo, la battaglia per pari diritti e fine delle discriminazioni non parte da lì. Non si comincia dall’astratto.

36 risposte a “Il mio problema con l’inclusività”

  1. Da aspirante scrittore, se voglio inserire una qualche minoranza diversa dalla mia – la neurodivergenza e l’autismo sono una minoranza anche se le diagnosi stanno aumentando. Purtroppo è così – mi documento davvero molto per non fare errori che mi metterebbero in cattiva luce perché mi dispiacerebbe molto. Volevo fare solo un appunto: la dislessia di Wylan tecnicamente non è un handicap, è una neurodivergenza. Noi attivisti neurodivergenti ripetiamo spesso che la nostra condizione in realtà va separata dalla disabilità per vari motivi anche se, purtroppo, ci sono diversi aspetti disabilitanti. Alla luce delle affermazioni della Rowling molta gente ha iniziato ad analizzare le saga e ha trovato molte rappresentazioni problematiche che confermano che forse non è mai stata davvero inclusiva: per esempio la licantropia di Lupin pare sia una sorta di metafora dell’omosessualità e il fatto che Greyback attacchi solo bambini è veramente inquietante. Praticamente si è rivelata per quello che era veramente anche se la saga ti insegna ad accettare ogni tipo di diversità…

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    • Si ma in quel caso avrebbe senso perché inseriresti qualcosa che ti riguarda e che conosci profondamente, non una cosa a caso. Quanto a Lupin più che una metafora sull’omosessualità, è una metafora sull’AIDS e Grayback rappresenterebbe un untore che lo fa con dolo, persone che purtroppo esistono ( mi pare ci fi un caso anche qui in Italia di un untore di HIV che aveva contagiato diverse donne). Secondo me il suo più grosso errore non è stato tanto non inserire molta diversità, ma voler poi cercare in tutti i modi di raddrizzare il tiro. Quando la saga andava bene anche così, perché parlava di ciò che conosceva lei senza ipocrisie. Poi si le sue ultime dichiarazioni sono partite proprio per la tangente e io mi chiedo ancora perché si stia comportando così. Quando a Wylan, non conoscendo bene la dislessia ho sempre visto la sua incapacità totale di leggere come un handicap, mi spiace aver frainteso le cose

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  2. Da un lato capisco e condivido la percepita forzatura di alcune scelte…dall’altro però mi viene da dire che da qualche parte bisogna pur cominciare. Per esempio, i primi film e libri mainstream con personaggi gay (come Philadelphia o Brokeback Mountain) rappresentavano l’omosessualità come una storia d’amore tragica. E questa narrazione – un amore gay tragico o travagliato – oggi è visto come limitato. MA, nello stesso tempo, questi film un po’ clichè hanno aiutato a portare al grande pubblico una fetta di popolazione che sul grande schermo (o nei libri) non s’era mai vista rappresentata.
    Un po’ come Cassandra Clare in Shadowhunters: i suoi libri sono sterotipati al massimo, ma quando è uscito il primo volume, Città di ossa, nel 2007, è stata una delle prime autrici di fama mondiale ad inserire un personaggio gay (i personaggi c’erano già, sia chiaro, ma la Clare ha un seguito di lettrici/lettori ampissimo).
    Se da un lato è giustissimo criticare i blandi e talvolta pacchiani tentativi di voler essere inclusivi a tutti i costi, dall’altro apprezzo almeno il tentativo di alcuni autori o alcune produzioni televisive.

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    • Ang Lee con Brockeback Mountain aveva lo scopo preciso di decostruire la figura del macho hollywoodiano, e seppe farlo con tutta la delicatezza necessaria, senza aggiungere stereotipi di alcun tipo. Ma gli artisti come Ang Lee sono veramente pochi. Ci sta iniziare da qualche parte però ho l’impressione che la cosa stia sfuggendo un po’ di mano. Si sente l’imperativo quasi categorico a inserire almeno un personaggio di rappresentanza per minoranza, se non lo fai non va bene.
      E poi non so se hai presente il libro Iron Widow, che io non ho letto, ma se vai a vederti le recensioni tutti lo elogiano perché è femminista e inserisce una relazione poliamorosa. Come se questo fosse un merito in più. Quando dovrebbe prescindere secondo me dal contenuto stesso del libro che può essere bello o brutto, al di là delle tematiche che affronta.

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      • Non conoscevo Iron Widow, ma sono andata subito a prenotarlo in MLOL! Secondo me è vero fino ad un certo punto: le tematiche trattate non dovrebbero influenzare il giudizio finale sul libro, ma è inevitabile che sia così. Il concetto di bello/brutto poi è soggettivo e non influisce necessariamente sul paicere della lettura: a me piacciono delle robe obbrobriose, ma va bene così.
        Però, onestamente, mi sapresti fare un esempio di un prodotto uscito negli ultimi due anni che sia valido ma non inclusivo?
        Film e libri sono frutto della cultura che li guarda/legge, quindi è inevitabile che rappresentino quello che la società in quel preciso momento vuole.

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      • Ultimamente la tematica LBGTQ è diventata molto pop, quindi la gente cavalca la cresta dell’onda, non che ci sia del male, meglio quella che almeno fa informazione, piuttosto che i vampiri di Twilight.
        Per quello che riguarda opere poco inclusive, Squid Game ha avuto delle critiche perché l’unico omosessuale rappresentato è un riccone predatore sessuale. La cosa è certamente sbagliata ma ho gradito molto Squid Game anche perché il discorso lì era che i più discriminati di tutti alla fine della fiera sono i poveri.

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      • Ma dai, non ci avevo mai pensato, ma in effetti tutti i vampiri Cullen hanno storie interessanti alle spalle (tranne Edward, mi pare che lui sia stato trasformato dopo aver contratto la spagnola?)…pensavo anche all’abilità/fortuna di creare un genere che fino ad allora era inesistente: lo YA. O meglio, non era inesistente, ma era limitato. Invece a partire dalla Meyer lo YA è diventato un genere riconosciuto

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      • Ti dico quando da ragazzina leggevo Twilight, la parte su cui mi soffermavo di più era quella delle loro storie, è la ragione per cui ho terminato una saga che non mi piaceva nemmeno allora. Secondo me la Meyer è talentuosa, The Host era un libro valido infatti. Mi aspettavo avrebbe scritto qualcosa di notevole una volta fatti i soldi con Twilight, ma finora ha solo fatto retell di Twilight non si sa bene perché. Peccato.

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      • Però giustamente la Meyer ora è ricca sfondata, magari non ha più voglia di scrivere nulla e passa il suo tempo a giocare a bocce ai Caraibi (o a seguire altri hobbies da ricchi, che so, scuba diving, allevamento di alpaca coccolosi, conquista dello spazio…)

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  3. “E se inseriti, erano inseriti in maniera discriminatoria e offensiva, si pensi a “Via col Vento”, dove gli afroamericani sono allegri schiavi al servizio di misericordiosi padroni”
    neh, però quella non è inclusione discriminante ma semplicemente il racconto di una realtà; non sai che l’attrice nera che ha vinto l’oscar ha dovuto aspettare in corridoio che le dessero il premio? per quell’epoca, non puoi aspettarti altro

    sì beh sulla Rowling concordo: sempre detto che i film sono sempre stati molto più inclusivi dei libri; mi ricordo che nel videogioco di HP2 in quella grafica scarsa si notavano un sacco di persone di colore

    -secondo me un autore scrive della realtà che conosce
    -io sono gay e quindi ho una mia sensibilità a riguardo, anche se sono cresciuto in un ambiente estremamente conservatore e omofobo; per cui sono parecchio ignorante e pieno di pregiudizi
    -se non fosse per un ragazzo che sto vedendo a volte per giocare a carte, non conoscerei bene di persona personalmente ragazzi neri e quindi la loro cultura la conosco solo attraverso i media

    mamma mia qyella scena di End Game; se guardi bene c’è uno stacco di luci tra Nebula e lo sfondo; fatto malissimo 😆

    un’altra riflessione interessante^^
    mi piacerebbe scrivere articoli più profondi ma non ho l’attenzione continua, mi distraggo e mi dimentico il filo del discorso LOL

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    • Si, Via col Vento è frutto del suo tempo, ricordo che fu tolto dalle piattaforme, quando sarebbe bastato lasciarlo con avviso all’inizio magari come sta facendo ultimamente la Disney.

      J. K Rowling non è inclusiva e ha preso delle posizioni aberranti, facendo anche attivismo. Però adesso la vendono come un mostro quando è comunque una che ha sempre pagato le tasse, sostenuto il welfare inglese e fatto beneficenza. L’ha sparata molto grossa, è giusto non comprare più le sue opere, però basta.
      Io all’inizio la difesi perché i suoi pregiudizi erano gli stessi miei. Non conosco persone trans, non ero informata, cosa che ho cercato di rimediare. Però penso che il pregiudizio verso ciò che non conosciamo non vada troppo condannato, l’importante alla fine è cercare di informarsi e rimediare.
      Non imputarsi sostenendo di avere ragione come fa la Rowling, quando è palese che non sia così.

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  4. Hai ragione, la penso come te – l’inclusività sembra quasi un’etichetta che si vuole avere per essere popolari e non offendere nessuno … ma purtroppo se non è spontanea è assurda…
    ma come Silente…? mi è sfuggito
    L nero un disastro, però il film non era male 🙂

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    • La Rowling poco dopo la fine del settimo libro dichiarò che Silente era omosessuale, anche se non c’è alcun rimando esplicito nei libri che lo faccia capire. E’ quindi stata accusata di voler essere inclusiva retroattivamente. Cosa confermata poi quando disse che non aveva mai specificato che Hermione fosse bianca, quando fu scelta per l’opera teatrale un’attrice di colore.

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  5. Ottimo articolo, che mi trova perfettamente d’accordo. Da “narratore di storie” ho sempre lasciato che i miei personaggi fossero ciò che erano, senza dover essere per forza inclusivo o politically correct. Perché, in fondo, una storia è un a storia, non deve per forza essere uno specchio di una società. Poi, per quanto mi riguarda, lo spettro dei personaggi è quello delle persone che mi circondano: persone di ogni genere, età, orientamento sessuale, quindi per me viene “naturale” creare personaggi che potrebbero essere considerati delle minoranze. Modificare una storia per essere inclusivi è dal mio punto di vista un sacrilegio, infatti è una delle colpe che non perdono ai fumetti della Marvel degli ultimi tempi. ma si sa: la Marvel è una fabbrica di soldi, non una fabbrica di storie. In ogni caso, tutto questo “politically correct” secondo me è solo una facciata per nascondere una grande ipocrisia… Perché se tu includi qualcuno che consideri “diverso” per non farlo sentire escluso, allora in raltà lo stai ghettizzando ancora di più.

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  6. Il punto non è l’inclusività, ma il modo in cui viene mostrata. Certe volte ho l’impressione che lo facciano solo per dire “visto? Sono bravo!”. È questo il vero problema a mio avviso. Inseriscono a forza personaggi simili ma risultano fuori contesto. E mi dispiace tantissimo perché apprezzo vedere storie di personaggi simili ma il più delle volte vengono inseriti solo per dire che l’hanno fatto e tanti saluti. Così non va bene, io voglio dei veri personaggi scritti bene e contestualizzati. Perché è importante che personaggi di una minoranza abbiamo il loro spazio, ma dev’essere fatto bene e non solo per fingersi inclusivi.

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