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Fairy Oak, il ricordo della Valle di una bambina…

Raramente mi capita di regalare un romanzo a un bambino. E’ difficile come pubblico, perché non è facile capire che livello di istruzione abbia, che tipo di intelligenza e di sensibilità o gusto. O si va sul sicuro, con le opere più belle e per questo inflazionate, con Harry Potter ad esempio, oppure ti assumi un rischio.
La mia storia con Fairy Oak nasce perché qualcuno si è assunto il rischio di regalarmi un libro.

“Capitan Grisam e l’amore. “

Non ho iniziato con il primo romanzo, ovvero “Il Segreto delle Gemelle”. Perché appunto mi è stato regalato questo quarto libro di Fairy Oak, che devo dire si leggeva abbastanza bene anche senza aver letto i precedenti, che poi ho recuperato.

Fairy Oak a rileggerlo adesso fa quasi sorridere. E’ molto semplice, pieno di contraddizioni, il sistema magico è fragilissimo e totalmente privo di senso. Molte cose che vengono dette in un libro vengono smentite nel successivo. La trilogia è priva di una trama unitaria, e di un cattivo all’altezza. Tuttavia la grande forza di questi libri, che sono nonostante i difetti libri che reputo validi e ottima letteratura per l’infanzia, sta nelle semplicità, non nei canoni del fantasy che si sforza di seguire.
L’atmosfera che Elisabetta Gnone crea è magica, molto di più dei poteri che assegna ai suoi personaggi, o dell’assurdo codice stregonesco.

Quando leggi Fairy Oak, tu sei nella Valle, davanti alla Quercia Fatata , senti gli odori, vedi i colori, riconosci le persone che popolano la Valle. Senti il cuore dei personaggi e delle ambientazioni battere. Certamente le illustrazioni meravigliose aiutano molto, riescono a lavorare e a fondersi con la scrittura, che è sì semplice ma non superficiale. Dopotutto si tratta di un romanzo per bambini, e si comporta da tale, scrittura semplice, elementi buffi e divertenti.
Sarebbe stata una bellissima serie di animazione, se è ancora lecito sognarla.
Secondo me la parte della saga che funziona di più è proprio quella che inizia dopo la trilogia. Una volta debellata la grande minaccia, Felì, la fatina narratrice, si concentra nel raccontare storie di tutti i giorni, che si focalizzano sul vissuto personale dei personaggi, che ormai per noi lettori sono come vicini di casa.
Io ho conosciuto per la prima volta Felì, Babù e Vì quando già avevano vissuto la loro avventura più grande. Ma non ne ho sofferto. Anzi, la vita e la tragedia del Capitan Talbooth credo siano la parte migliore di tutto Fairy Oak. Perchè il Capitano è uno dei personaggi migliori, e la Gnone ci ha mostrato la sua storia quando il Capitano è già morto. Mostrando una persona conosciuta proprio quando smettiamo di poter apprendere altro su di lei. Attraverso i suoi oggetti, il suo testamento, e attraverso gli stessi ricordi che lui per primo ha perso. La cosa curiosa, è che la persona che mi regalò questo libro morì poco dopo. Perciò ricordo con tanta nitidezza il Capitan Talbooth.
Gli ultimi quattro libri sono delle vere e proprie perle. E forse la ragione per cui questi libri sono rimasti penso nel cuore di tutti noi che li abbiamo letti da bambini.
Perché nella Valle, ci siamo stati dentro con tutte le scarpe.

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